AVVISO IMPORTANTE PER TUTTI I LETTORI DI SCAVICCHIA LA NOTIZIA

Carissimi lettori di Scavicchia la Notizia. Ci siamo trasferiti ad un altro indirizzo. Volete venirci a trovare? Bene basta cliccare su questo nuovo indirizzo:
http://scavicchialanotizia.wordpress.com/
Visualizzazione post con etichetta La tv e.... Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta La tv e.... Mostra tutti i post

mercoledì 22 luglio 2009

LA TV E GLI INVIATI DEI REALITY SHOW (#1)

http://images.movieplayer.it/2008/09/23/isola-dei-famosi-6-filippo-magnini-e-l-inviato-del-reality-di-raidue-89572.jpg
La televisione del terzo millennio significa voglia matta di farsi le faccende altrui, significa voyeur, significa più semplicemente reality show. Portatore di un nuovo e discusso registro linguistico e di una trama già caduta in disuso, pronta ad essere riveduta e corretta strada facendo, il genere si è sicuramente imposto come quello più fruttuoso e redditizio della tv degli ultimi tempi. Pochi sono gli elementi per poter aspirare ad ascolti stellari: un buon cast, una buona idea di base, una buona location, una conduttrice che eserciti presa. Cos’altro? Ah sì, l’inviato. Una di quelle figure che, assieme alla velina e all’opinionista, risulta essere degradante come poche altre, stendardo di una televisione non scritta, dai volti ma soprattutto dalle personalità diverse, non richiedenti curricula e abilità. Il ruolo dell’inviato, infatti, è quello di stare nell’angolino, consciamente, e di “raccontare” cosa accade sull’isola, nella casa, nella capanna, nella fattoria, facendo delle proprie capacità inutili soprammobili di cui spogliarsi per essere degni robot di mano autoriale. Non solo, ma è previsto anche la sua soggiogazione rispetto alla verve solita della conduttrice, della padrona di casa. E quanti inviati ci sono passati sott’occhio in dieci anni di reality? Proviamo a farne un breve recap.

L’inviato per antonomasia è lui, Marco Liorni, che personifica più di Barbara D’Urso, più di Alessia Marcuzzi, più di Daria Bignardi il Grande Fratello. Il buon Liorni, che abbandonò la barca del papà dei reality solamente alla settima edizione su nove trasmesse, più un piccolo cameo nella finale dell’ottava edizione – la nostalgia di aprire la famosa porta rossa era molta? –, ha rivestito il ruolo per ben sette anni ed è purtroppo, date le sue innegabili capacità di conduttore e di intrattenitore, ricordato solamente per questo. È l’esempio più chiaro di come l’incarico sia a mano a mano scaduto nel corso del tempo: da narratore della prima edizione a ‘cameriere’ della settima.

Sulla sponda Rai, invece, è stato difficile dare un senso di continuità agli inviati dei propri reality show. Pensiamo all’Isola dei Famosi: in sei edizioni andate in onda solamente in un caso c’è stata una doppietta (Massimo Caputi) e ne sono stati provati sul campo ben cinque, con risultati più o meno aberranti. Anche in questo caso si noti una parabola fortemente discendente, con la staffetta porta sempre in peggior modo da inviato a inviato con l’avanzare delle edizioni, che va a finire sottozero letteralmente dopo poco. Marco Mazzocchi è stato il capostipite e ha “condotto” un’Isola dei Famosi dal posto in maniera bonaria e sacrificata allo stesso tempo – i “Marco, Marco, Marco, mi fai parlare per cortesia?” e “Marco stai zitto” di Simona Ventura hanno fatto la fortuna dell’edizione 2003 del Mai dire… della Gialappa’s –, ‘schiavo’ dei modi totalizzanti ed egocentrici di Lady Ventura, ma vuoi per il fatto che fosse la prima edizione, vuoi perché il binomio Ventura – Mazzocchi con litigi ed affini dura tutt’oggi, il tutto pareva rientrare nel televisivo gioco delle parti e non si è notata una particolare antipatia nello svolgimento del compito. Più calmo e quieto, sicuramente il migliore durante questi sei anni – se non fosse stato per il problema di pubblicità occulta magari sarebbe durato ancora a lungo –, visto anche un più rispettoso e coerente rapporto di lavoro con la padrona di casa, Massimo Caputi che ha doppiato essendo stato inviato durante la seconda e la terza edizione del reality show di Raidue, le due stagioni a voce comune migliori prima di una debacle netta con tentativo di ripresa riuscito in quest’ultimo anno. La fase di stanca ha visto in Paolo Brosio la sua principale vittima (o il suo primo carnefice?): semplicemente inadatto. Senza verve, “pappagallo”, non ha aggiunto, nel limite del concesso, nulla al gioco e alle sue dinamiche, anche in quella situazione dove un po’ di pepe e un po’ di polso ci sarebbero voluti. Da isolano a inviato, il passo fu breve per Francesco Facchinetti, protetto ufficiale ed unico di SuperSimo, inviato della quinta edizione dell’Isola. L’inviato diventa “aggeggio”, funge solo da tramite, protagonisti sono davvero i concorrenti, con cui si instaura filo diretto. Certo che la sua performance, paragonata a quella di Filippo Magnini, fu d’oro. Basti pensare che nella serata finale dell’Isola 6 fu praticamente messo da parte (forse perché non c’era più bisogno che si togliesse la camicia con tanto di tuffo a mare?), in favore di un Facchinetti in veste marchettara. Come si può notare, una lenta digressione che si spera possa arrestarsi per la prossima edizione dell’Isola, a gennaio 201

[Nel prossimo appunamento gli inviati de La Talpa, de La Fattoria e degli altri reality]
Continua a leggere: LA TV E GLI INVIATI DEI REALITY SHOW (#1)

giovedì 25 dicembre 2008

LA TV E... IL NATALE

A Natale, volente o nolente, a tutta la vasta gamma dei più buoni sentimenti è data aria, è fatta vedere luce, è concessa la vita. Ciononostante, facendovi ancora una volta i più sentiti auguri per delle feste che speriamo possano essere all’insegna della gioia, della serenità e della pace (e scusateci per l’eccessiva mielosità!), vogliamo festeggiare questa giornata, come sempre, alla nostra maniera, sempre un po’ influenzati dal trip televisivo e dal contesto che tanto ci piace analizzare nelle sue innumerevoli sfaccettature. Questo nostro speciale appuntamento con il ricordo di ciò che è stato e che adesso non è per quanto concerne il mezzo televisivo vuole essere un po’ diverso rispetto a quanto siamo soliti fare, in quanto alle parole e alla riflessione vogliamo preferire suoni ed immagini, partendo però da un incontrovertibile dato di fatto. La televisione, quest’oggi e mai come quest’oggi, dovrebbe essere, se non spenta, solo insignita della medesima funzione delle vecchie radio, ossia del fare da sottofondo ad una tombolata, ad una giocata a Sinco, ad una partita a carte e a tutte le migliori tradizioni del nostro Belpaese. Ma anche in caso volessimo vederla, come potremmo "assaporare"? Niente davvero. L’ennesima replica di Sissi, film del più bel costume napoletano ma arcinoto, pellicole replicate e stra-replicate, un concerto musicale e basta. Roba del tutto evitabile, no? E una volta, come si soleva trascorrere, televisivamente parlando, la giornata di Natale? In merito abbiamo scovato su Youtube due video, uno per azienda – la par condicio non conosce festività o sollazzi ed è un criterio, una regola, quasi una legge da rispettare –.

Per quanto riguarda Mediaset, uno spezzone tratto da Ieri ed Oggi in Tv riguardante lo speciale Natale a TeleMilano, andato in onda il giorno di Natale del 1978 sulle frequenze di TeleMilano, l’antesignana della contemporanea Canale5, e condotto, nella sua durata fiume di dieci ore, dalle ore 14.00 fino allo scoccare della mezzanotte, da Mike Bongiorno, che in questo video si diletta nell’aprire la trasmissione facendo gli auguri al pubblico insieme al figlio Michelino.


Per la Rai, invece, un video tratto da Buonasera Raffaella, varietà trasmesso dalla televisione di Stato e condotto da Raffaella Carrà, segnante il suo ritorno in prima serata nell'annata '85/'86 dopo due anni di palestra al mezzogiorno con Pronto, Raffaella?. Lo spezzone è relativo ad un brano, intitolato Buon Natale, cantato dall’attuale conduttrice di Carramba che sorpresa. E quale di migliore per rinnovarvi gli auguri?

Continua a leggere: LA TV E... IL NATALE

giovedì 18 dicembre 2008

LA TV E LE SIGLE, PRIMA FRUTTO DI SUDORE E FATICA E ADESSO DI PRATICA AL PC...

Ad essere sinceri la televisione non la si guarda esclusivamente per cosa questa trasmette ma molto spesso (giustamente o ingiustamente, chissà) si vede molto anche il suo contorno, l'estetica. Una trasmissione può essere bella nell’idea, ma conta anche come questa sia realizzata, tanto per dare adito ad uno di quei luoghi comuni della lingua italiana per il quale anche l’occhio vuole la sua parte. Scenografia, impianto tecnico, modalità di riprese, interazione tra lo studio e i servizi, la qualità degli stessi e così via ricoprono una spiccata importanza sotto questo punto di vista. Una di queste caratteristiche però è stata abolita ed anche ingiustamente, in questo caso. Parliamo della sigla come introduzione ad un programma, sia questo un varietà o similari. In genere la sigla è composta da un brano, da un ballo o dalla coniugazione di entrambi gli elementi, dando origine ad un qualcosa però in auge più un tempo che oggi, ed ha lo scopo di introdurre il programma, far entrare sin da subito i telespettatori nell’ambito e nell’ottica di questa e così via.

Un tempo la sigla era il fiore all’occhiello del varietà di prima serata e spesso ci si ricordava più di questa che dell’oggetto di messa in onda in quanto tale. Non a caso, nella sigla di Tutti pazzi per la tele, trasmissione condotta quest'autunno da Antonella Clerici con grande successo, per rendere giustizia a quanto detto, che nelle sue note e nelle sue parole è la rivisitazione in chiave moderna della sigla di Canzonissima edizione del 1968, nella strofa iniziale c’è proprio questa frase:
Sarà capitato anche a voi di avere uno show per la testa. Ricordi la sigla e poi basta, ma chi conduceva, che anno era?
La sigla era la peculiarietà, il tocco dell'artista, era l’inizio di un cammino che si sperava fosse di successo. La si provava, estenuantemente, ci volevano giorni e giorni per imparare le coreografia, per mettere a puntino tutti gli elementi scenici, costumi, il classico trucco e parrucco. Il tutto affondava radici nell’eleganza ma soprattutto nella perfezione, fortemente voluta ed incredibilmente ottenuta, che si ricercava nel creare un qualcosa. Quella che oggi, brutalmente, manca. Il grande varietà di un tempo, quindi, aveva l’intro con la sigla, che era imperdibile nel suo essere così effimera. Ma anche negli stessi anni ’80 l’idea dell’introduzione musicale non era stata abbandonata, anzi, anche se già iniziava ad essere messo in atto un processo di cambiamento. La sigla, infatti, non necessariamente era in diretta, come poteva capitare in passato ancora più profondo. Facciamo un esempio. Una di quelle più famose era ed è sicuramente La notte vola – che tutt’oggi la si intona molto volentieri – interpretata da Lorella Cuccarini, sigla di Odiens, il programma di Canale 5 mandato in onda alla fine degli anni ’80. Questa era registrata, e a guardarla oggigiorno pare quasi essere l’antesignano del concetto del contemporaneo videoclip musicale. Il grande ballo al centro del palco è abbandonato, è parzialmente superato, l’ammodernamento del mezzo e della sua espressione è avanzato, pur non lasciando e non abbandonando i canoni del buon senso e del buon gusto.

Per quanto riguarda la televisione di oggi, infestata dai reality, da brutte copie di varietà, da seguiti amarcord, l’idea di sigla, seppur superata, vige ancora, ma solo in sporadici casi. È impossibile ad esempio paragonare la spoglia e triste rassegna dei protagonisti di un reality show (o di talent o di reality game) all’eccellenza frutto dell’unisono e della fusione tra le voci e le musiche di un’orchestra, morta anche nei residui in onda dei contenitori, con i movimenti di un corpo di ballo (di cui è scomparso il senso in questi ultimi tempi). Tanto più che con la segmentazione dei programmi una sigla come introduzione perde di senso. Tra anteprime, suffissi, appendici, prime, seconde, terze e quarte parti cosa può mai introdurre uno stacchetto creato ad hoc? E poi, se la sigla è il "concentrato" di un programma, cosa introdurrebbe una sigla di programmi straordinariamente vuoti? La sigla è pertanto oggi un piccolo jingle musicale, con un video fatto a computer e ricco di artifici e di elementi grafici, algida e fredda. Eppure, che so?, quella della prima edizione de Il pranzo è servito, del 1983, ai miei occhi pare più bella, più all’avanguardia, nonostante il limite evidente degli effetti grafici…

Continua a leggere: LA TV E LE SIGLE, PRIMA FRUTTO DI SUDORE E FATICA E ADESSO DI PRATICA AL PC...

domenica 2 novembre 2008

LA TV E LE SIGNORINE BUONASERA, QUELLE CHE OGGI TI FICCANO LE DITA NEGLI OCCHI...

La televisione, mezzo che abbraccia tutto l'arco di una giornata con le sue espressioni, soddisfa tale intento non soltanto con i suoi prodotti, e quindi le trasmissioni, le fiction, i talk show, i film e così via, ma, in una percentuale minore, che però acquisisce nel corso del tempo un'importanza sempre più dilagante e prepotente, anche con quei "residui" i quali sono spesso oggetti delle nostre riflessioni. Uno di questi, come abbiamo già avuto modo di vedere, seppur nella loro brevità, hanno assorbito le mutazioni di una società da quando è stata immessa sul mercato televisivo a quando, oggigiorno, è divenuta succube dello stesso. Abbiamo perciò parlato dei bumpers, quelle microsequenze che imperversavano tra spot ed altri, che variavano, di pari passo coi tempi, nelle loro immagini, nei loro colori e nei loro stringati messaggi. C'è però un altro baluardo della televisione che fu, maggiormente identificativo dei tempi e dei costumi che parzialmente ha anche diffuso se non dettato il mezzo, che è ancor più conosciuto dei primi, per differenza di stile, di forma, ma soprattutto di oggetto. Il bumper era pur sempre un qualcosa che era ed è fine a sé stesso, ruotante attorno ad un marchio che doveva divenire parte di un contesto.

Se io dicessi "Signore e signori, buonasera", avrei in un tempo pari a quello utilizzato per scandire bene queste poche parole, reso idea di ciò che intendo. La televisione di un tempo faceva uso, a discapito di quella di oggi, delle cosidette signorine buonasera. Il termine, che è la rilettura ilare del più composto annunciatrici televisive, è sicuramente uno di quelli evocativi del passato e quindi della storia del mezzo. Quale il loro ruolo? Molto semplice: annunciare letteralmente quelli che poi sarebbero stati i programmi in onda sulla rete, informando così i telespettatori dei differenti appuntamenti previsti per la determinata giornata in corso. La prima di tutte, anche se il suo compito fu leggermente diverso in quanto trattatosi dell'annuncio della nascita della televisione italiana, fu Fulvia Colombo che, il 3 gennaio del 1954, così esordì:
La RAI - Radiotelevisione Italiana inizia oggi il suo regolare servizio di trasmissioni televisive.
Come, quindi, ripassare oramai 54 anni partendo dal suo principio. Fintanto che esisteva un unico canale, la storica prima rete, l'annunciatrice storica corrispondeva al nome di Nicoletta Orsomando, emblema e portatrice poi di quelle caratteristiche che saranno determinanti, fino ad un certo periodo, nella scelta di una signorina buonasera ad hoc. Una dizione che rasenti la perfezione, una serenità tale che possa trasparire anche attraverso lo schermo, sicuramente bellezza che non sfociasse nella lascività, ma soprattutto professionalità. La stessa professionalità, requisito sul quale, purtroppo, oggi si sorvola con molto dilettantismo. E' facile capire la motivazione per la quale tutto ciò era richiesto, al di là del fatto che fossero basi senza le quali non si sarebbe potuto entrare nel mondo in questione: gli annunci, sparsi nel corso di una giornata, erano in rigorosa diretta. Un errore sarebbe stato tale a livello nazionale, infatti. Il continuo ricorrere ad esse, e il fatto che cambiassero sporadicamente facevano di loro non solo immagini di una rete, quanto piuttosto personaggi di un tempo. Dopo i conduttori, i cantanti e gli attori, si potrebbe dire che la signorina buonasera sia cardine di un periodo passato, sempre parlando da un punto di vista televisivo.

Oggi, invece, come è stato rimodellato il ruolo dell'annunciatrice? Naturalmente il cambiamento delle abitudini, degli usi oltreché dei mezzi è fondamentale nel capire tale differenziazione. Il ruolo, l'oggetto portato dalle signorina buonasera, ovvero il rendere noto cosa è in programma, nell'era della variazione di palinsesto a partire dagli ascolti registrati di giornata in giornata e in quella della rete e del Web, è pressoché nullo. L'annuncio è rigorosamente registrato, a testimonianza della frenesia che tartassa chi oggi fa televisione, oltre, ovviamente, al fatto che di tutti quei requisiti uno solo è rimasto ancora in vita: la bellezza. Potremmo dire che c'è anche qualche altra cosa che può determinare l'avvio alla carriera televisiva, nei casi più duri, a partire da questo incarico, ma è meglio stendere un velo pietoso. Oggi l'annunciatrice non si trova più in piedi, composta, dinanzi ad una tenda con un faro ed una telecamera, ma è proprio su un set, con tanto di divano sul quale stare comodamente. Credo, personalmente, che ci sia una cosa che dia particolarmente fastidio a tutti i telespettatori e sia sinonimo del radicale cambiamento del modo di vivere questa figura, ossia il saluto finale. Se prima la platea degli anni '70 od '80 si congedava con un cordiale "Arrivederci", adesso, se tutto va bene, ci si ritrova con un dito nell'occhio, quanto di più squallido possibile immaginare e fare.

Un modo per farceli chiudere dinanzi alla bassezza del modo di essere del mezzo del nuovo millennio?
Continua a leggere: LA TV E LE SIGNORINE BUONASERA, QUELLE CHE OGGI TI FICCANO LE DITA NEGLI OCCHI...

martedì 28 ottobre 2008

LA TV E I BUMPERS, LE MICROSEQUENZE CHE IMPERVERSA(VA)NO TRA UNA PUBBLICITA' E L'ALTRA...

Se vi chiedessi di spiegarmi cosa si intende per bumper sicuramente qualcuno non saprebbe rispondermi. Eppure, se posso esservi d'aiuto, è un qualcosa con cui abbiamo a che fare quotidianamente, ogni qual volta siamo soliti passare il nostro tempo in compagnia del mezzo che cerchiamo di analizzare nelle sue mille e più sfaccettature. I bumpers, per la cronaca, sono delle sequenze, la cui durata varia tra i tre e i cinque secondi, che presentano il logo di una rete televisiva in forma animata e inserita in diversi contesti e che di quest'ultimo rappresentano una sorta di continuazione a livello simbolico, data l'animazione dello stesso. Esistono tre diversi tipi di bumper: un primo che è detto pubblicitario ed introduce la sequenza di spot tra un intervallo e l'altro di una trasmissione televisiva, di un film o di chi per essi; un secondo, detto di coda, posto alla fine di una pausa pubblicitaria e servono per riaffermare finemente l'emblema e l'identità della rete dopo il momento di digressione; quello, il terzo, utilizzato per un netto cambio di scena (per rendere dimensione, quelli che vengono usati in maniera spropositata dal programma Le iene che creano non poco fastidio ai telespettatori). I bumpers, quindi, sono brevissimi intermezzi identificativi delle differenti reti, in quanto unici per ognuna di essa, seppur immessi durante la trasmissione di spot pubblicitari, inseriti questi ultimi unilateralmente su qualsiasi canale del panorama della generalista ed oltre.

Come nella migliore tradizione di un qualcosa che affronta e varca il tempo, e gode del riflesso dei nuovi costumi e delle nuove abitudini che questo porta, anche questi stacchi non pubblicitari hanno visto, nel corso della storia del mass media per eccellenza, un'evoluzione che si inserisce perfettamente nel clima di sguardo (e più) al passato che ci è soliti proporre la televisione di questi ultimi mesi, checché ne dica Massimo Giletti che, come apprendiamo da Tvblog.it, la critica fortemente, e che, come un'alta ma bella da affrontare onda, stiamo calvacando insieme anche noi. Quelli che forse rimaranno più impressi, per una sorta di inclinazione personale (ricordando che tutta questa cultura mista a nostalgia è frutto della visione accurata di spezzoni della tv del passato su Youtube), per la loro semplicità e per il fatto di essere emblemi di un tempo passato, sono quelli di Mediaset, ed in particolar modo dell'ammiraglia. Lo stacchetto forse più famoso è quello del logo di Canale 5 uscente da un pentagramma sul quale erano suonate alcune note musicali producenti, in maniera naturalmente pedestre, una sorta di Ta ta ra ta ta ta, quale il jingle della rete tra la fine degli anni' 80 e gli inizi degli anni '90, usato sia come intro che come outtro degli spot. Effigie dei tempi d'oro della vecchia Fininvest che, sfortunatamente, ai nostri giorni sembra essersene altamente dimenicato di questi, dato il non utilizzo di alcuni del genere.

Chi tutt'oggi continua ad usare i bumpers, ai quali spesso è riservata davvero troppa poca importanza da parte del telespettatore nel guardarli e nel contemplarli, spesso figlia della brevità di questi ma anche per la frequenza assidua di trasmissione destinata ad entrare intrinsecamente ed inconsciamente nella nostra routine televisiva, è la Rai, nonostante, come prevedibile, non si sia saputa mantenere sull'originalità e sulla minuzia impeccabile riservata un tempo anche a queste piccole cose, espressioni di un tempo forse migliore, sotto questo punta di vista. Ne possiamo rivedere una bella carrellata in questo video pubblicato di seguito:



Guardando tutto ciò, seppur conscio del piccolo pelo nel grande uovo rinvenuto, mi domando e chiedo, ancora una volta: sono solo io insofferente dinanzi alla tv di oggi o è sentimento comune un bel ritorno alle origini? Guardiamo al presente: se prima era prediletta l'immagine in cui spiccava il colore, la tinta, la familiarità del disegno, adesso, per rispondere ad un'esigenza di un ammodernamento fin troppo ostentato, è preferita la sterilità e l'essere anonimo di uno sfondo monocromatico sul quale si staglia una sì acuta esecuzione fatta a computer ma difettante di emozione. Quella che la televisione di un tempo sapeva forse regalare ma che, a conti fatti, questa di oggi, troppo presa dal raggiungimento dei grandi numeri a scapito della qualità e della ricerca del momento gloria figlio della sopraffazione altrui, non sa minimanente cosa sia.

Si ringrazia pubblicamente Motiongraphics.it
Continua a leggere: LA TV E I BUMPERS, LE MICROSEQUENZE CHE IMPERVERSA(VA)NO TRA UNA PUBBLICITA' E L'ALTRA...

domenica 19 ottobre 2008

LA TELEVISIONE E I MOSTRI SACRI, QUELLI CHE, PURTROPPO, NON ESISTONO PIÙ…

Lo ammetto. Assodato che chi scrive - valevole per chiunque si occupi di una tematica in particolare, sia essa attinente al mondo della televisione che a qualsiasi altra cosa - è spinto da una reale passione nel farlo, ovvero nel trattare di un qualcosa che si avvicini più di altre a quello che è più personale, non nascondo che provo un po’ di disgusto per la televisione di oggi. Sì, è vero, è tecnologica, usa mezzi che qualche tempo fa neanche si poteva immaginare di aver a disposizione. Eppure non ho mai capito se non sa o non vuole usarli, perché i risultati, in ogni caso, oggettivi lasciano a desiderare e non a caso ci si ripiega su ciò che è stato, ad una sempre più ampia rilettura del passato senza volontà di trarre insegnamento. Machiavelli fa storia e detta legge: i principi hanno sempre un tasso di bontà, incondizionatamente. Forza e vigore è conseguente avere se da questi è desunta la dimensione del giusto. La televisione sempre più spesso si tuffa nel passato, no? Per cavarne cosa? Nulla, in teoria e anche nei fatti. E allora spesso, guardando materiale un po’ datato, mi chiedo perché non sono nato in un’epoca diversa. Quella sì che era bella tv: era familiare, era fatta con il cuore, con l’anima. Adesso è così fredda e distaccata. C’è un’altra cosa che però è propedeutico a questo tipo di riflessione.
Partiamo da un punto, focalizziamolo, e a partire dal quale questo pensiero, covato già da un po’, ha forma. Ieri sera è andata in onda la prima puntata dell’edizione di Paperissima e una sbirciatina, tra la lettura di questo e di quell’articolo su Internet , l’ho data. Vero, verissimo. Ho visto l’intervento di Ronaldinho, evitabilissimo a mio parere, dopo il quale su di una barca, mandata sul palco da non so cosa, due mostri sacri della televisione di un tempo: Sandra Mondaini e Raimondo Vianello. La storia nel giro di dieci minuti. Evidentemente invecchiati, silenziosi, vinti dall’età che incombe senza riserve, mi si è stretto un nodo alla gola. Ho avuto un’impressione: quella che la tv di oggi non sa chi c’è stato prima, che chi è venuto e chi non c’è più non fosse mai esistito. Che tutto viene fatto solo per farlo, per un giro di soldi, per dare a sfamare qualcuno più che altri. Ho riflettuto. Con il loro modo di fare, composto, classe 1922 lui, 1931 lei, hanno dato uno schiaffo morale a quante sgallettate e raccomandati oggi si affacciano sui nostri salotti, sulle nostre camere, sulle nostre cucine quotidianamente, anche se la forma non era delle migliori, naturalmente.

Apriamo gli occhi. Quotidianamente siamo assuefatti dal livello basso ed infimo che ci si rifila solitamente, dal pattume che ci è propinato ogni volta diamo l’accensione al piccolo schermo. I nomi dove sono? Non ci sono e basta. Una volta c’era Corrado, c’era Mike (non ditemi che c’è anche oggi, perché alla veneranda età di 84 anni io non diventerei la macchietta di nessuno, e non sono egoista, ne abbiamo già discusso insieme), c’era Mina, c’erano nomi che erano espressione di galanteria, di perfezione maniacale, di bellezza indiscussa e di qualità eccelsa. Oggi chi c’è? Nessuno. Apriamo gli occhi. Oggi abbiamo Caterina Balivo, Silvia Toffanin, Eleonora Daniele - e il grassetto non mi va neanche di usarlo, contro la mia natura -. Io non metto una mano sul fuoco sul fatto che un giorno, quando la mia pelle inizierà a dare segni di cedimento così come tutto il mio copro, rimpiangerò questi nomi, no. Ne metto due, e se ne avessi una terza, una quarta, o che so?, una decima, le metterei tutte. Davvero forse non ce ne si rende conto. La storia da una parte, il triste prendere atto della realtà dall’altra. Desolazione.

Allora mi domando e (vi) chiedo: sono io insofferente dinanzi ad un qualcosa, la voglia di un ritorno, seduta stante, al passato, alla familiarità, al garbo, all’eleganza di un tempo, che so non avverrà o sono stato trapiantato in un’epoca che, da un punto di vista televisivo, so non appartenere a me? Io, che rivedo Mediaset degli anni ’80 o la Rai degli anni ’60 su Youtube e ne rimango estasiato ed oltremodo affascinato. Che belle, le due aziende, con le loro trasmissioni, con le loro strutture, ma soprattutto con i loro nomi, i mostri sacri di un tempo che non ci sono, ahimé, più. Nulla da aggiungere. Prepariamoci al consueto sabato sera con Pupo ed Ernestino: mostri. Punto e basta.
Continua a leggere: LA TELEVISIONE E I MOSTRI SACRI, QUELLI CHE, PURTROPPO, NON ESISTONO PIÙ…

venerdì 17 ottobre 2008

LA TELEVISIONE E I GRANDI NUMERI, SEGNO DI UN’EPOCA PASSATA…

C’era una volta un periodo in cui quelli che oggi sono ascolti da evento totalizzarli era normale amministrazione. C’era una volta l’epoca in cui schierare in prima serata un film inedito o replicato esso sia era una mossa vincente. C’era quella stessa volta un tempo in cui il film, il programma, il teleromanzo non si schierava, ma si programmava, il che è differente. C’era una volta la televisione che era bella perché era originale, era diversa, era una valvola di sfogo rispetto a quelli che potevano e possono essere i problemi di tutti i giorni. Oggi, invece, viviamo nell’epoca in cui per vincere una serata basta raggruppare cinque milioni di italiani, un periodo in cui la serata si vince, ma non la si gestisce al fine di far interessare i telespettatori, un’età in cui il tubo catodico dà forma ai suoi pensieri in maniera egoistica, senza che l’ascoltatore provi emozioni. La televisione si è evoluta, e più che nei prodotti, riflesso di quanto detto lo si ritrova in quei numeri, in quelle cifre, in quelle percentuali che quotidianamente, ogni mattina, decretano vincitori e vinti di una lunga battaglia che si consuma durante tutto l’arco di un giorno. L’audience, lo share, che ricoprono sempre più importanza nel decretare cosa è bello, cosa è brutto, cosa è di qualità, cosa non lo è, sono anche i punti fissi dai quali visualizzare razionalmente un reale dato di fatto: la gente, la televisione, la guarda di meno, inequivocabilmente.

E i grandi numeri, quelli che erano motivo di gongolamento una volta così come adesso, si fatica a raggiungerli. Colpa di una mutazione dei costumi, delle abitudini, degli usi. Una volta la fiction non esisteva, e al suo posto trovava spazio il teleromanzo; poi la fiction si diffuse, e l’appuntamento era irrinunciabile; adesso la fiction, prima ancora che sia trasmessa in maniera ufficiale, è rinvenibile sul digitale terrestre e, nei casi più fortunati, anche laddove imperversa la diffusione del personale, quel mondo parallelo di nome Youtube. Youtube che una volta, naturalmente, non esisteva. Ma non una volta di un passato remoto, una volta rinvenibile andando poco al di là del 2004, poco più di quattro anni fa. Anni decisivi, martorianti per la televisione, affinché la stessa si adattasse a standards autoimpostisi che adesso rendono tutto più naturale. La tv e i suoi risultati, rapporto complesso tendente al ribasso. È crisi. E come ognuna che si rispetti c’è un qualcosa che risulta più inflazionata di un’altra, metaforicamente parlando. Una serata in cui raggranellare quello che consente la vittoria nelle altre nell’arco di una settimana, pur sempre riduttivo se confrontato al passato, è titanica impresa: il sabato sera. C’era una volta il cosiddetto one man show, un uomo per un palco con i suoi numeri, canto, ballo e niente più. Sette, otto milioni a sera. D’altra parte c’era la marmorea busta gigante di C’è posta per te, adesso come allora, ed era strenua lotta. Altri sei, sette, otto milioni a settimana. Adesso cosa c’è? Da una parte il two men show – anche se, ad onor del vero, se ci basassimo sulle stature dei conduttori dovremmo parlare di ¼ man show –, con canti, balli, frizzi e lazzi; dall’altra la marmorea e medesima busta, gigante, manovrata da Maria De Filippi. In due a stento si raggiunge quota sette milioni. E agli altri briciole, frutto di un bacino complessivo denutrito.

Ma la gente snobba la televisione anche durante il pomeriggio, non crediate. Chi si ricorda di quando ghigliottinata su ghigliottinata fruiva centesimo di share su centesimo, sino il toccare quota 9 milioni? E chi quando la scalata verso il fatidico milione contava su 5 milioni di aficionados, ora dimezzati? Non solo colpa di mutazioni di costumi, a mio avviso. Al contempo la colpa non è da dare solo a quei colossi uno dei quali porta nome Sky che ipoteticamente rubano a dismisura (e poi con le prime rilevazione ci si è resi conti di quanto nano sia lo share totale dei cento e passa canali della piattaforma di Murdoch), no. La colpa è di chi la televisione la fa, o meglio reputa di farla, ed anche bene. La tv non solo non la si fa bene, ma non la si fa e basta. Scontata, banale, noiosa. Logico che il pubblico non ci sia, anzi non ci voglia essere, e totalizzare quattro milioni in prima serata è discreto risultato. Logico. Non a caso quando c’è qualcosa di appetibile, esso risponde, seppur nelle ristrettezze del caso.

Che la televisione riveda il proprio modo di agire, si interroghi, cerchi di raddrizzare il tiro. E poi i numeri, quelli alti, tornano. Cosicché non si gridi al flop per ogni trasmissione realizzata che non centra l’obiettivo. O forse è meglio abbassare le aspettative e il tono di queste, con conseguente riduzione degli obiettivi d’ascolto delle reti, soprattutto di quelle grandi? Utopia? Intanto i grandi numeri, quelli che in matematica affascinano gli appassionati, sono solo il segno di un passato che forse non tornerà più.
Continua a leggere: LA TELEVISIONE E I GRANDI NUMERI, SEGNO DI UN’EPOCA PASSATA…

domenica 12 ottobre 2008

LA TV E L'AUTOINCENSAMENTO, QUELLO AI LIMITI DEL DELIRIO DI ONNIPOTENZA ASSOLUTA...

A volte la pazzia non ha limiti, vero? Se poi ci attenessimo solamente a quello che avviene in tv, beh, lì non conosco significati altri di termini che non riguardino la follia, il dare di matto. Si può divenire marionette della pazzia per qualsiasi motivazione, vuoi per un programma che è andato particolarmente bene, quando i deliri d’onnipotenza sono all’ordine del giorno e i ringraziamenti per filo e per share… ops, per segno sono d’obbligo (quale?) ad ogni apertura di puntata, per una fiction che si è interpretata che ha sfondato ogni record d’audience da riportare in ogni intervista che poi si rilascia, per, di contro, una sventura, una sfortuna occasionale che intacca un qualcosa a cui si dà l’anima. Insomma, sono tante le motivazioni che possono spiegare il comportamento di alcuni protagonisti del nostro piccolo schermo apparentemente fuori luogo. Solo apparentemente? Che un velo pietoso venga steso. Odio le marionette, io. Non tollero, al contempo, le macchiette, elemento di una tipologia di spettacolo morta e sepolta che, però, in quanto immagine identificativa, perdura tutt’ora. Come? Reinventandosi e adattandosi ai nuovi standards utili al rimanere in vita.

La macchietta, nella televisione odierna, è colei o colui che, neanche tanto diplomaticamente, si pone in una condizione data la quale non si può non essere etichettati come ridicoli. Certo, a volte è proprio la natura della persona che fa apparire tale il personaggio, ed in quel caso è meglio non dire nulla, onde evitare di offendere chicchessia. A volte, però, si costruisce attorno a sé un’immagine che è sì divertente, ma che alla lunga può stancare. Mi vengono in mente, per rendere dimensione del mio pensiero, le continue dichiarazioni d’affetto rivolte dal direttore Massimo Donelli ogni qual volta un conduttore e il suo programma vanno particolarmente bene, romanzate nelle sue parti, dipinte come se fossero piccoli quadri d’epoca, o penso anche a quando Massimo Giletti, conduttore di Domenica In - L’arena esordisce, proprio domenica scorsa, dicendo che il suo era il talk show più amato e seguito della televisione italiana. Quando Carlo Conti riporta valore assoluto e percentuale in share degli ascoltatori che l’hanno seguito il venerdì precedente; quando Lorena Bianchetti o Caterina Balivo dicono che i loro programmi sono i più seguiti di fascia, l’una, e che vanno bene nonostante la forte concorrenza, l’altra. E ne seguono a ruota decine di decine che al momento neanche mi vengono in mente.

Vi chiederete il perché di tutto ciò. Avete presente quando si ha qualcosa che è sulla punta della lingua e, per modi, per tempi, per priorità di esigenze, anche per mancanza di spunto, non potete o non volete dirla? Ebbene, ho sempre creduto che alcuni personaggi dello spettacolo sparino tante di quelle dicerie infondate, tante di quelle illazioni che un comune mortale nel corso della sua vita mai potrebbe. Mi si chiederà, allora, quale l’input per dire tutto ciò che ho scritto? Apparentemente un’inezia, contenuta in un articolo senza mordente, fatto senza infamia e senza lode tanto per coprire le pagine che un settimanale obbligatoriamente deve. L’occasione è quella relativa ad una sorta di una grande pagella redatta dalla regina dell’Isola dei Famosi 5, Cristiano Malgioglio, per Chi, chiamato a dare i voti ai concorrenti della sesta edizione del reality show condotto da Simona Ventura.
Malgioglio, quest’Isola dei famosi le piace?
Sì, stupenda, mi piace, è il programma tv più bello che c’è. Ma quello che più mi diverte è che, quando sono arrivato io sull’atollo un anno fa, ho fatto il 25 per cento di share, ora che vi è approdata Valeria Marini ha fatto il 20. E gli autori sulla spiaggia l’avevano pure messa a girare lo spiedo di un maialino precotto. Certo, io trovo che arruolare la Marini sia stata un’idea molto azzeccata, però sarebbe stato tutto più interessante se lei fosse stata trattata esattamente come gli altri naufraghi.
Naturalmente slegata dal contesto, ilare e giocoso, appare come una presa di posizione, quella dell’evidenziare i cinque punti di share in meno tra la sua comparsa e quella dell’osannata Valeria Marini, con annessa illimitata presunzione. Eppure mi ha dato a pensare, non poco. Quante volte i vip sottolineano le loro performances, i loro ascolti, i loro risultati, fregandosene altamente del pubblico, parte del quale ignora l’Auditel e i suoi effetti, e di chi invece c’è dietro alle quinte? Non so, forse è un qualcosa che penso sia solo mio, personale del mio piccolo universo. Ma non riesco a non fare una faccia brutta quando il direttore di Canale5 vuole mandare cento rose rosse alla De Filippi dichiarandolo pubblicamente, quando Tiraboschi dice che il suo canale è come uno yacht paragonato all’ammiraglia Mediaset, quando chi, non avendone le possibilità minime, si gongola dei propri bassi risultati, magari ottenuti scorporando break su break e conteggiando solo quella parte andata contro due telepromozioni e un quantitativo incredibile di pubblicità. Sintomo di una tv che sa solo autoincensarsi, a parole quanto nei fatti. E a me questo non piace minimamente. Ovviamente vi chiederete il perché di quell'immagine a corredo: un senso ce l'ha. Quella è la tv di oggi, fatta da pupazzi, che ridono non più per un bel prodotto fatto, ma per un grande share ottenuto. Di plastilina, senza anima né cuore.
Continua a leggere: LA TV E L'AUTOINCENSAMENTO, QUELLO AI LIMITI DEL DELIRIO DI ONNIPOTENZA ASSOLUTA...