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mercoledì 8 ottobre 2008

DARIA BIGNARDI: "VADO A RAIDUE PER CAMBIARE, ALTRIMENTI RISCHI DI DAR RAGIONE A FIORELLO"


Finalmente una intervista della nuova Daria Bignardi. Una "nuova" Bignardi che, a differenza di un Chiambretti già promesso sposo ad Italia1, si getta per pochi mesi nel suo passato, prima di immergersi totalmente nel proprio futuro. Un futuro che si chiama RaiDue, la seconda rete nazionale che, con evidente sperimentazione di quest'anno con programmi come XFactor o Scalo76, (commentato anche dal nostro ElBarto) è intenta a ringiovanire il proprio pubblico. Un progetto nuovo, del tutto diverso da quanto la stessa Bignardi farà prossimamente su La7, in Le Invasioni Barbariche. Ecco quindi le sue parole, tratte direttamente dal Corriere della Sera:
Non sembra un tipo da Raidue. Che c'entra Daria Bignardi con il leghista da Foggia Antonio Marano? «Siamo più vicini di quanto possa sembrare. Raidue è una tv che si pone il problema del moderno versus l'antico, un po' come succede a La7».
Il presente di Daria Bignardi è al tasto numero sette del telecomando, ma per il futuro bisognerà abituarsi a schiacciare il due.
Venerdì torna su La7 con Le invasioni barbariche, nel 2009 sarà su Raidue con un programma da inventare.
Perché ha lasciato La7? «Quando lo scorso aprile ho saputo che andava via Campo Dall'Orto (l'allora direttore di rete, ndr) ho avuto subito l'impulso di lasciare. Poi è stato un iter tormentato, ma avevo capito che era finito un ciclo. Una scelta difficile perché ho avuto il privilegio di lavorare in una rete in cui mi riconoscevo».
A quel punto è arrivato il direttore di Raidue Marano«È tanti anni che mi segue e mi stima. E poi ha manifestato apprezzamento e interesse per il modo di lavorare di tutto il mio gruppo, e non solo per il mio personale. È stata una motivazione in più».
Si è parlato anche di un milione di euro... Cifre non ne dà«Non so come sia nata la leggenda metropolitana del milione di euro, che fa molto Signor Bonaventura e farebbe anche ridere, se non fosse che in questi tempi di crisi economica di scherzare sui soldi non ha voglia nessuno e nemmeno io».
Per la messa in onda Daria Bignardi spera in un allungamento dei tempi«Mi sembra difficile essere pronti già a primavera 2009. Secondo me sarebbe meglio in autunno, c'è bisogno di tempo per riordinare le idee».
Alto mare sul programma: «È molto prematuro parlarne. Ora penso solo alle Invasioni».
Che tornano venerdì in prima serata con la loro struttura consolidata: tre interviste («quella politica, quella di genere cultura/spettacoli, quella pop») e i due talk, attualità e costume («la differenza sta sempre nelle idee che metti e in come fai le cose»).
Soprattutto il versante politico è tutto da scoprire, nuovo governo, nuovi ministri, nuovi personaggi«A parte Maroni che ho già intervistato, quello del governo di centrodestra è televisivamente un bacino molto interessante da esplorare».
Pensa a Brunetta«Ha una brillantezza televisiva che mi ha molto colpito, è molto esposto e controverso».
E a sinistra? «Penso a Cofferati, Chiamparino e a nomi che saranno via via suggeriti anche dall'attualità».
L'area pop invece langue«Ho già intervistato tutti. I personaggi della tv sono sempre gli stessi come dice Fiorello. Bisogna cercare qualcuno di alternativo. Uno può essere Morgan».
Dispiaciuta di lasciare il «marchio» delle Invasioni? «Da un lato sì, è stato un programma riuscito con un titolo azzeccato. Ma avrei cambiato comunque qualcosa, avrei cercato di fare qualcosa di diverso, se no dopo quattro anni diventi ripetitivo e dai ragione a Fiorello».
Domanda classica a chi fa tv. Cosa guarda in tv? «Ne guardo poca. Mi sembra che X Factor, e non perché è un programma di Raidue, sia stato il miglior programma della scorsa stagione, ha uno stile che a me interessa».
Non disdegna lo zapping«Un'occhiata all'Isola dei famosi la do sempre. Tra i talk politici non seguo Vespa e Mentana perché alle undici vado a letto. Floris e Santoro mi piacciono entrambi, sono innamorati del mezzo televisivo e lo sanno usare molto bene, si vede che si divertono».
Renato Franco
per "Il Corriere della Sera"(07/10/08)

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